Ancora sul filone del XXIII Convegno SLP si colloca l’intervento: “Perché fare un’analisi” di Catherine Lacaze-Paule, testimonianza della passe.
L’analista riferisce che l’analisi aveva preso inizio da una tensione verso il sapere e da una particolare posizione in cui la mancanza di sapere veniva sentita come mancanza ad essere. Come conciliare questa posizione con quella dell’analista che dovrebbe, invece, assumere la posizione di “colui che sa” o che si suppone sappia?
E in che modo si può sostenere questa posizione che implica il tacere?
Si legge così un momento di passaggio dall’impotenza all’impossibile. Cade progressivamente la fiducia nei «beni miracolosi della parola».
Il significante «irrimediabile» viene isolato come nome del reale: indica ciò che è perdita senza ritorno, ciò che non può essere riparato né completamente trattato dalla parola.
Ma questo incontro con l’impossibile non conduce alla rassegnazione. Al contrario, la Lacaze-Paule formula una conseguenza molto importante: non si va contro l’irrimediabile; ci si appoggia ad esso per inventare una risposta e scrivere un seguito.
Non è possibile trovare un senso ultimo e così si passa dalla ricerca del perché a quella del dunque: non più colmare la mancanza attraverso il sapere, inventare una risposta. La passe e la psicoanalisi devono in un certo senso “fallire” perché l’analista continui ad essere “non tutto”.
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